Il fallimento a Kiev
Le scene dalla capitale ucraina sono straordinarie: la statua di Lenin abbattuta, centinaia di migliaia di manifestanti che sventolano bandiere, raid della polizia presso le sedi dei media e dei partiti di opposizione. Eppure sono solo i margini di un quadro più ampio: il collasso degli sforzi dell’Unione europea per integrare i suoi vicini ex sovietici di fronte al tentativo audace del regime ex Kgb di Vladimir Putin di restaurare l’impero russo. di Edward Lucas
15 AGO 20

Le scene dalla capitale ucraina sono straordinarie: la statua di Lenin abbattuta, centinaia di migliaia di manifestanti che sventolano bandiere, raid della polizia presso le sedi dei media e dei partiti di opposizione. Eppure sono solo i margini di un quadro più ampio: il collasso degli sforzi dell’Unione europea per integrare i suoi vicini ex sovietici di fronte al tentativo audace del regime ex Kgb di Vladimir Putin di restaurare l’impero russo. L’espansione dell’Ue verso est è stato uno dei suoi più grandi risultati. Le nazioni che vi si sono unite nel 2004 – la cosiddetta Ue a otto di Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Slovenia – rappresentano ora alcune delle storie di maggior successo del continente. Ma tale trionfo si è basato su alcune circostanze particolari. Allora l’Ue offrì un’appartenenza genuina. Queste nazioni desideravano davvero mettere in atto riforme, modernizzarsi e integrarsi con l’occidente. Unirsi all’Ue era l’unico modo di farcela, e nessuno era in grado di fermarli.
Questi vantaggi sono assenti nelle nazioni della “Partnership orientale”, il piano mal concepito dell’Ue per forgiare legami più solidi con Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldavia e Ucraina. Queste sei nazioni sono male assortite. L’Azerbaigian, ricco di petrolio, vuole legami strategici con l’occidente ma ha prigionieri politici e i suoi media sono fortemente controllati. La Bielorussia ha testimonianze marginalmente meno negative in merito ai diritti umani, ma la sua politica estera si basa su quella del Cremlino. L’Armenia ama poco la Russia, ma dipende dal Cremlino per sopravvivere contro l’Azerbaigian. La Georgia e la Moldova sono filoccidentali ma deboli, piccole e vulnerabili. E l’Ucraina è più grande di tutte le altre messe assieme. Hanno in effetti tre cose in comune, e nessuna di queste è utile. La loro capacità di fare riforme profonde varia da debole a nulla. L’Ue non li vuole come membri a pieno titolo. E il Cremlino vuole tenerli nella sua orbita.
Il risultato è un disastro in pieno svolgimento. La Partnership orientale in Bielorussia non è andata da nessuna parte. L’Azerbaigian ha detto di volere visti facili verso l’Ue, ma il suo governo non ha mostrato alcun desiderio di fare riforme politiche. L’Armenia ha cercato di impegnarsi ma è stata rimessa in riga dalla Russia, e in settembre ha rifiutato l’accordo con l’Ue. Lo scorso mese, alla vigilia del summit Ue in Lituania, il presidente ucraino Viktor Yanukovich ha inaspettatamente annunciato che nemmeno lui avrebbe firmato. La Russia stava facendo a lui e alla sua nazione un’offerta che non si poteva rifiutare. I dettagli di tale offerta sono ancora in via di sviluppo. Sembra includa un prestito di emergenza per la provata economia ucraina, privo di quelle dure condizioni che sarebbero inclusi in qualsiasi contratto con prestatori occidentali come il Fmi. Includerà gas a basso costo, probabilmente fornito attraverso una compagnia nebulosa ma ben connessa. La Russia schiererà le sue risorse mediatiche contro i dimostranti e in favore del regime di Yanukovich. Come contropartita, Vladimir Putin porterà l’Ucraina più vicina all’Unione eurasiatica, il progettino del presidente russo per estendere l’influenza del Cremlino nell’ex impero.
Queste erano le carote date a Kiev affinché rifiutasse i legami con l’Ue, ma c’erano anche bastoni. L’Ucraina era vulnerabile alle sanzioni economiche della Russia, alcune già attive. La sicurezza personale di Yanukovich è anch’essa un fattore: è terrorizzato dalla possibilità di essere avvelenato e viaggia con un entourage di assaggiatori e leccapiedi che non lo farebbero sfigurare davanti alla corte imperiale bizantina. Nel 2004, il leader dell’opposizione Viktor Yushchenko è stato avvelenato con la diossina dopo aver sfidato l’influenza del Cremlino sull’Ucraina. E’ sopravvissuto – ed è diventato presidente – ma è rimasto sfigurato in modo permanente.
L’Ue non può competere. Non fa minacce di morte né offre mazzette. Aiuta le nazioni a migliorare le sue leggi sulla proprietà intellettuale e le procedure sulla sicurezza alimentare. Pretende elezioni corrette, regolamenti di legge e dei media, tutti anatemi rispetto a ciò che vuole Yanukovich, che prospera grazie a elezioni truccate, propaganda martellante e giustizia corrotta. Gli altri benefici offerti dall’Ue sono il libero mercato, che porta con sé un forte choc competitivo iniziale e benefici successivi, e visti più facili, che non interessano minimamente a Yanukovich, che può già andare dove vuole. Avendo soppesato entrambe le offerte, il leader ucraino ha scelto quella che gli offriva potere e soldi: quella del Cremlino.
La decisione ha lasciato sconvolti i funzionari europei. Non capiscono persone come Yanukovich e il loro crudele approccio alla politica. Né capiscono la Russia. Nella visione del mondo europeo postmoderno, l’idea che una cosa vecchia e brutta quanto una zuffa geopolitica possa essere in atto è praticamente immorale. Non capiscono il punto sulla politica estera russa: per sentirsi al sicuro, Mosca ha bisogno di un hinterland geopolitico di nazioni economicamente deboli e plasmabili politicamente. La Partnership orientale dell’Ue potrebbe rendere le nazioni confinanti della Russia economicamente forti e politicamente sicure. Di conseguenza, la Partnership deve essere distrutta. Eppure, persino mentre il summit di Vilnius collassava lo scorso mese, alcuni funzionari europei stavano ancora affermando che il modo di risolvere il problema era una migliore comunicazione con la Russia.
Il fallimento della Ue nel trattare in modo consono con l’Ucraina è scandaloso. Non è un’esagerazione dire che la nazione determina il futuro dell’intera ex Unione sovietica nel lungo periodo. Se l’Ucraina adottasse un orientamento euro-atlantico, allora il regime di Putin sarebbe finito assieme ai suoi satrapi. Il successo politico, economico e culturale di una nazione grande, ortodossa, industrializzata ed ex sovietica sarebbe un segnale chiaro per i russi che i loro governatori ladri, criminali e falsi non stanno rendendo più grande la nazione, ma la stanno invece facendo involvere. Ma se l’Ucraina cadesse fra le grinfie della Russia, allora le prospettive diventerebbero sconfortanti e pericolose. Non solo il capitalismo autoritario clientelare avrebbe avuto la meglio nella regione, anche la sicurezza della stessa Europa sarebbe messa in discussione. La Nato sta già faticando per proteggere gli stati Baltici e la Polonia dalle forze militari di Russia e Bielorussia. Aggiungete l’Ucraina all’alleanza, e il mal di testa diventerà un incubo.
I leader occidentali non hanno perso nessuna occasione per dimostrare al Cremlino che non sono degni di essere presi in considerazione. L’Ue ha mormorato sommessamente quando il Cremlino ha imposto sanzioni commerciali all’Ucraina, la Moldova, la Georgia e la Lituania. Hanno fatto poco per far pensare agli indecisi che si può fare affidamento sull’Europa durante una crisi. Il tardivo sostegno diplomatico dato dall’Amministrazione Obama all’Ue per i suoi vicini orientali è encomiabile. Ma sottolinea anche la vergognosa trascuratezza degli scorsi anni.
Il miglior modo nel quale l’Europa o l’America possono aiutare l’Ucraina – e la Georgia e la Moldova – è quello di assumere una posizione molto più dura nei confronti della Russia. L’Ue può non voler giocare alla geopolitica. Ma la geopolitica è il gioco sul tavolo in Europa, e gli interessi dell’Ue e dei suoi membri sono a rischio.
L’Ue dovrebbe congelare le richieste di visti free travel per chi possiede passaporti “ufficiali”. L’America e le nazioni europee dovrebbero anche congelare la richiesta della Russia di entrare nell’Ocse, il club di buona governance con sede a Parigi. L’Ue dovrebbe intensificare i controlli sul comportamento commerciale di Gazprom, e perseguire il “reclamo” all’antitrust (in realtà, un procedimento) contro il gigante russo, di proprietà statale, con il più intenso vigore possibile. E’ ora di mostrare a Putin che la sua licenza di caccia negli stati confinanti con la Russia è stata cancellata. Non pensate però accada in breve.
di Edward Lucas
Copyright Wall Street Journal, per gentile concessione di Mf/Milano Finanza
Traduzione di Sarah Marion Tuggey
Copyright Wall Street Journal, per gentile concessione di Mf/Milano Finanza
Traduzione di Sarah Marion Tuggey